DURA LEX SED LEX
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Assenza del consenso informato

Se muore il paziente il medico risponde di omicidio colposo

Cassazione Penale, Sez. IV, 16 gennaio 2008 ( dep. 14 marzo 2008), n. 11335




L’attività medico-chirurgica, per essere legittima, presuppone il “consenso” del paziente, che non si identifica con quello di cui all’art. 50 C.P., ma costituisce  un presupposto di liceità del trattamento: infatti, il medico di regola e al di fuori di taluni casi eccezionali (allorché il paziente non sia in grado per le sue condizioni di prestare un qualsiasi consenso o dissenso, ovvero, più in generale, ove sussistano le condizioni dello stato di necessità di cui all’art.54 C.P.), non può intervenire senza il consenso o malgrado il dissenso del paziente. In questa prospettiva, il “consenso”, per legittimare il trattamento terapeutico, deve essere “informato”, cioè espresso a seguito di un’informazione completa, da parte del medico, dei possibili effetti negativi della terapia o dell’intervento chirurgico, con le possibili controindicazioni e l’indicazione della gravità degli effetti del trattamento. Il consenso informato, infatti, ha come contenuto concreto la facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte la fasi della vita, anche in quella terminale. Tale conclusione, fondata sul rispetto del diritto del singolo alla salute, tutelato dall’art. 32 Cost. (per il quale i trattamenti sanitari sono obbligatori nei soli casi espressamente previsti dalla legge), sta a significare che il criterio di disciplina della relazione medico-malato è quello della libera disponibilità del bene salute da parte del paziente in possesso delle capacità intellettive e volitive, secondo una totale autonomia di scelte che può comportare il sacrificio del bene stesso della vita e che deve essere sempre rispettata dal sanitario.
Nell’attività medica se il consenso del paziente è generico e sommario, vi è omicidio colposo laddove il paziente deceda e non omicidio preterintenzionale, difettando il dolo incidente su percosse e lesioni.

Il principio di diritto affermato nella sentenza in esame trova fondato precedente nella sentenza, sez. IV, 9 marzo 2001, Barese, che esclude possa integrarsi la fattispecie dell'omicidio preterintenzionale qualora non venga accertata in capo all'agente l'esistenza del dolo diretto. In caso di mero dolo eventuale e intenzionalmente orientato a provocare la lesione dell'integrità fisica del paziente, il delitto sarà da ritenersi colposo, ove ne sussitano i presupposti.