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Possibili interpretazioni della nuova disciplina sulla legittima difesa

Modifiche all'art. 52 C.P. ( Legge 59/2006)

                                                              a cura di
                                                              Liala Todde, Avvocato penalista del Foro di Torino


Il 24 gennaio 2006 è stata approvata in via definitiva dalla Camera dei deputati la modifica dell'art. 52 C.P. ( G.Uff. 2 marzo 2006 n.51).
La legge 13 febbraio 2006 n.59 aggiunge due commi al testo previgente della norma affermando la sussistenza presunta "iuris et de iure" del rapporto di proporzione nei casi previsti dal primo e secondo comma dell'art.614 C.P. in cui:

" taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere

  • la propria o altrui incolumità
  • i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d'aggressione."
Non sono ancora apprezzabili le potenzialità modificative della riforma rispetto alla normativa anteriore. Si attende che i primi interventi della Suprema Corte segnino i confini applicativi del nuovo istituto.
E' comunque già possibile esporne i tratti essenziali  e ipotizzare eventuali future interpretazioni.

Permane nelle ipotesi in esame il requisito della necessità . Per dottrina e giurisprudenza unanimi, la necessità ha da sempre richiesto, peraltro, che il soggetto, inizialmente leso dall'intrusione del ladro all'interno della sua privata abitazione o nel luogo in cui esercita un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale, attuasse la minima difesa necessaria ad impedire l'offesa subita.
Il requisito della proporzione, invece, ha la funzione di arginare una difesa che da legittima diventi eccessiva.
Secondo parte della dottrina, la proporzione dovrebbe corrispondere ad un equo bilanciamento dei beni giuridici coinvolti.
Per altri autori, invece, occorrerebbe concentrarsi sul grado di intensità dell'offesa.
Preferibile sarebbe senza dubbio un criterio che tenesse conto sia dei beni giuridici coinvolti che dell'intensità dell'offesa subita.

La riforma qui in esame ha suscitato talune perplessità in seno alla più autorevole dottrina.
Quale offesa potrà giustificare il privato cittadino che spara, ferisce o addirittura uccide il ladro?
La novella, se interpretata in forma estensiva, potrebbe presentare profili di incostituzionalità.
Il bene della vita ( compreso tra i diritti inviolabili dell'uomo ex art.2 Costituzione ) viene posto dai principi generali del nostro ordinamento  ad un livello superiore rispetto al diritto di proprietà, riconosciuto e tutelato dall'art. 42 della Costituzione.
Il bene della vita, infatti, non sottosta ai limiti previsti per il diritto di proprietà.
Eppure, tra le righe dell'art. 1 della l.59 del 2006, sembra proprio di intravedere nella presunzione di proporzione tra vita - integrità fisica e 'proprietà' una pericolosa equiparazione di beni giuridici finora collocati ostituzionalmente su livelli differenti.
La ratio del legislatore affonda le sue radici in quel 'principio federalista di sussidiarietà' di cui si fa cenno nella relazione al Disegno di legge: "Perchè non applicare fino in fondo tale principio , riconoscendo ad ogni cittadino il diritto naturale all'autodifesa, restituendogli la sovranità almeno nel proprio domicilio?"
In base a tale affermazione ogniqualvolta ci recassimo nell'abitazione o nell'ufficio di qualcuno dovremmo forse sentirci sottoposti alla 'sovranità-autorità' del padrone di casa?
Un'impostazione discutibile oltre che in taluni casi pericolosa.
La Convenzione europea dei diritti dell'uomo, peraltro, ammette la privazione della vita altrui nell'esclusiva ipotesi che l'uccisione avvenga "per assicurare la difesa di una qualsiasi persona da violenza illecita".

Con l'attuale riforma sono state reintrodotte in definitiva eccezioni al requisito della proporzione in una sorta di ritorno al passato.
Nel diritto romano, infatti, era prevista un'eccezione alla proporzione tra offesa e difesa nell'ipotesi di 'fur nocturnus'. Il diritto del padrone di casa di difendersi uccidendo il ladro notturno era previsto anche da Statuti delle città italiane all'epoca del diritto comune, dal Codice napoleonico (1810), dai Codici italiani preunitari, dal Codice Zanardelli.
La dottrina, interpretando, però, le norme in materia in senso restrittivo, aveva posto come limite il pericolo per l'incolumità delle vittime di furto.
Giova rilevare che nell'attuale Codice francese, approvato nel 1994, è stata riconfermata l'antica eccezione della possibilità di uccidere il 'fur nocturnus' prevista dal Codice napoleonico.

In un'analisi criminologica, inoltre, potremmo addirittura ipotizzare che l'estenzione dei confini della legittima difesa potrebbe sortire due effetti negativi.
Ad una maggiore difesa del padrone di casa potrebbe, in primis, corrispondere un incremento dell'aggressività dei ladri, coscienti della possibilità di trovarsi di fronte vittime "armate".
In secondo luogo, si potrebbe avere un aumento dell'acquisto di armi da parte di soggetti spesso non in grado di gestirne l'utilizzo e la detenzione.

Sarebbe stato forse preferibile intervenire sul profilo della colpevolezza in luogo di estendere la difesa legittima.
Secondo i Codici tedesco, portoghese, olandese, norvegese, sloveno, croato, polacco, ucraino e spagnolo, ad esempio, il turbamento del soggetto che vede violato il proprio privato domicilio "scusa" il difensore, escludendone la colpevolezza in quanto rimproverabilità.

In conclusione, la recente riforma dell'istituto della difesa legittima suscita notevoli perplessità  in merito alla sua possibile concreta applicazione. Si attendono con impazienza i primi interventi della giurisprudenza in grado di fare maggiore chiarezza in una materia tanto delicata in quanto incidente sui beni supremi della vita e dell'integrità fisica.

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12/2006