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Ad un anno dall'indulto è tempo di bilanci

Il 60% di chi ha beneficiato del provvedimento di clemenza è di nuovo rientrato in carcere





E’ trascorso un anno dall’emanazione da parte del Parlamento del provvedimento di concessione dell’indulto. Un provvedimento che, per chiara ammissione governativa, aveva ben poco a che vedere con il senso di perdono e clemenza che dovrebbe ispirare tale forma di estinzione della pena.
Il sovraffollamento delle carceri italiane richiedeva un intervento da parte dello Stato. A soluzioni più dispendiose, ma certamente più durature e costituzionalmente orientate, si è preferita la via più semplice ed solo apparentemente più economica. Per migliaia di detenuti si sono aperte le porte della prigione in cui erano rinchiusi e per qualche mese i numeri della popolazione carceraria italiana hanno raggiunto quei limiti richiesti dalla limitata capacità dei nostri istituiti di pena. Le associazioni di volontariato, che da anni collaborano a sostegno dei condannati, alla vigilia dell’emanazione del provvedimento, avevano previsto, con la lungimiranza che derivava loro da anni investiti nella rieducazione e nel reinserimento sociale  degli ex detenuti, ciò che poi si è puntualmente verificato.
Solo per fare un esempio, il carcere Le Vallette di Torino prima dell’indulto contava 1600 presenze. Dopo il provvedimento, la popolazione carceraria si era dimezzata, ora però è di nuovo salita a circa 1300 unità.
A distanza di un anno, è possibile fare un primo bilancio. Molti di coloro che erano usciti di prigione per l’indulto hanno nuovamente commesso dei crimini della stessa specie e,  reclusi, sono in attesa di giudizio.
Alcuni magistrati sottolineano come a questo punto sarebbe stato meglio concedere un’amnistia. Per i prossimi tre anni, infatti, i tribunali celebreranno processi i cui imputati, per effetto dell’indulto, non sconteranno neanche un giorno di pena detentiva con inevitabili ingenti e inutili spese a carico dello Stato.
Enrico Buemi, deputato della Rosa nel Pugno e sostenitore dell’indulto, sottolinea come “tutti i processi si devono celebrare perché l’accertamento delle responsabilità è più importante della pena, specie se si considera che l’indulto non cancella quelle accessorie e la rifusione dei danni”.
Tuttavia, se non si offre a coloro che delinquono per professione l’opportunità di ricominciare una nuova vita nella legalità uscendo di prigione si ritroveranno nella povertà e nell’emarginazione, rientreranno nel circuito criminale per poi ritornare in breve tempo in carcere. Nel rispetto del principio di rieducazione della pena previsto dalla Costituzione, lo Stato dovrebbe potenziare quei progetti organizzati in alcuni istituti penitenziari per consentire ai detenuti di studiare o imparare un mestiere che ad oggi sono ancora esempi isolati di civiltà e progresso.



                                                                                     L.T.



Milano, 15 settembre 2007