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Benazir Bhutto
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Immagine dell'attentato
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Attentato uccide Benazir Bhutto a dieci giorni dalle elezioni politiche

Pakistan:L’ex premier aveva appena concluso di parlare alla folla



Quante volte Benazir Bhutto avrà avvertito accanto a sé lo spettro della morte.
La paura, però, non l’aveva fatta desistere dal suo desiderio di vedere un giorno il suo Pakistan ritrovare la pace.
La mano oscura che l’ha fermata è quella di un kamikaze che il 27 dicembre scorso, a Rawalpindi, l’ha colpita al collo con un colpo di pistola. L’ex ministro stava abbandonando il palco  dove si era rivolta alla folla in vista della elezioni politiche che si sarebbero dovute svolgere l’8 gennaio.
L’attentatore si è fatto esplodere  tra la folla provocando la morte di trenta persone.
L’ex premier era tornata in Pakistan dopo 8 anni di esilio a Londra susseguente alla presa di potere del generale Musharraf.
Gli oppositori avevano attentato alla sua vita già il 18 ottobre, giorno del suo rientro in patria, con un’esplosione da cui Bhutto era uscita illesa, ma che era costata la vita a 139 sostenitori.
Chi ha voluto la morte di Benazir Bhutto manca di lungimiranza se non si accorge che potrà uccidere uno per uno coloro che lottano per la pace in Pakistan, ma non potrà bloccare l’inesorabile processo culturale e popolare di formazione della democrazia che passa inevitabilmente anche attraverso la morte e l’oppressione di coloro che in essa ci credono fino in fondo.
Con l’attentato che ha portato alla morte di Benazir Bhutto aumenta il numero di coloro che negli ultimi cinquanta anni hanno dato la vita per affermare nel Pakistan la democrazia.
Tra costoro anche Zulfikar Ali Bhutto, padre di Benazir, primo ministro deposto nel 1977 con il colpo di stato del generale Muhammad Zia – Ul – Haq e impiccato due anni dopo con l’accusa di cospirazione.
Un attentato insanguina il Pakistan anche nel 1951 quando viene ucciso a colpi di pistola il primo ministro  Liaquat Ali Khan e nel 1988 quando viene fatto esplodere l’aereo del Presidente Zia Ul Haq



                                                                                                                     L.T.


Milano, 7 gennaio 2008