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Condannata alla decapitazione per stregoneria

In Arabia Saudita gravi violazioni dei diritti umani



La storia che sto per raccontarvi sembra tratta da qualche impolverato manoscritto del Medioevo.
La protagonista è Fawaza Falih, una donna accusata dal popolo di essere una perfida strega.
Viene additata da un uomo di essere la causa della sua impotenza. Una donna, invece, afferma con certezza che il suo divorzio è conseguenza di un suo maleficio.
La storia è, invece, ambientata nei giorni nostri in un piccolo paese nel Nord del Regno Saudita.
La vicenda si colora di tinte fosche allorquando la polizia religiosa fa arrestare la donna.
Per estorcerle una confessione, la "Commissione  per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio", denominata fra i sauditi 'mutaween', utilizza gli stessi metodi dell'  Inquisizione medioevale. Dopo essere stata brutalmente torturata per trentacinque giorni, la donna, stremata, firma con l'impronta del pollice, in quanto analfabeta, un verbale in cui ammette di esercitare la magia nera, di comunicare con i demoni e di uccidere animali per preparare filtri magici. Questa confessione, nell'arretrato Paese dell'Arabia Saudita, ha il valore di una condanna a morte per decapitazione.
 In Arabia Saudita manca persino un codice penale scritto e il re Abdullah spesso deve intervenire per concedere la grazia a soggetti vittime di una 'giustizia non giusta'.
L'Associazione Human Rights Watch denuncia con forza la grave violazione dei diritti umani perpetrata ancora oggi nei processi e auspica una sospensione del verdetto inflitto a Fawaza Falih, in quanto 'assurdo e privo di fondamenti giuridici'.

                                                                                                      L.T.

16/02/2008